| CICCONE |
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Segni
D' Arte |
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Noi siamo circondati da cose che non abbiamo edificato, che hanno
una struttura e una vita propria. Per secoli elementi come alberi,
fiumi e rocce hanno suscitato curiosità, timore o sono stati
sorgenti di piacere, fino ad arrivare, con spirito piuttosto determinista,
a essere considerati sotto un'unica denominazione: natura. Ogni
forma d'arte potrebbe essere considerata più o meno simbolica
e la prontezza con la quale accettiamo gli stilemi come reali dipende,
almeno in parte, dalla consuetudine. Nel
V sec. a.C. Policleto e Fidia anelavano alla perfezione plastica contribuendo
alla canonizzazione dell'estetica. Teorie che, comunque, non ci tolgono
dubbi sul fatto che il loro potrebbe essere un ennesimo ritorno all'ordine
rispetto, magari, al simbolismo persiano. All'inizio
del XII sec. Sant'Anselmo affermava che le cose sono nocive in proporzione
al numero di sensi che dilettano. Forse per questo arrivava a giudicare
pericoloso sedere in un giardino dove ci sono rose che affascinano
i sensi della vista e dell'olfatto. Parallela
a questa diffidenza verso la natura era la capacità della mistica
medievale di cercarvi dei simboli: oggetti materiali pensati come
emblemi di verità spirituali o episodi di una storia sacra.
Sostituire un'idea a un oggetto permette all'uomo di accettare senza
difficoltà alcune rappresentazioni poco razionali della natura.
Anche se questo atteggiamento non è arrivato alla creazione
di una pittura di paesaggio -- intesa nel moderno senso del termine
-- prepara a quel genere d'arte che potremmo definire paesaggio
esistenziale o paesaggio dei simboli. Antonio
considera l'arte classica come un momento di ideale bellezza, ma proprio
perché esemplare è da lasciare lì dov'è,
a vantaggio di una originale ricerca personale d'armonia. Una naturale
metamorphosis che deve essere alimentata dalla volontà di aprirsi
al mondo e di comunicare pensieri, stati d'animo, emozioni e sensazioni. Ma,
sia nella Sant'Anna che nelle Rocce del Gargano, non vi è traccia
evidente di vita umana, e le montagne sono silenti e imponenti, quasi
auliche. Quando si dipinge il Creato, quando si edificano spaccati
di vita vissuta, abbiamo sempre la sensazione che stia per accadere
qualche cosa, o che sia appena accaduto. Non
dobbiamo perciò meravigliarci se dopo aver osservato per un
tempo relativamente lungo un dipinto di Ciccone, abbiamo la netta
sensazione di intravedere delle presenze nei suoi quadri, eteree e
impercettibili figure in movimento che danno vita alla vita. Due
poeti dell'antichità, Ovidio e Virgilio, hanno nutrito la fantasia
degli artisti del Rinascimento: il primo, con le sue chiare e peculiari
descrizioni di cose e fatti favolosi, è stato prediletto dai
pittori delle figure; mentre Virgilio ha ispirato la pittura di paesaggio. Delle
vedute realistiche che si accordano, però, con il più
incantevole sogno che abbia mai stimolato la fantasia dell'umanità:
il mito di un'età dell'oro in cui l'uomo viveva dei frutti
della terra con semplicità primordiale. Ecco da dove scaturiscono
quelle forme e quelle immagini che, pur provenendo dall'antichità
classica, sono contaminate dai rapporti con il sogno o con una sorta
di paesaggio ideale, che si carica di pathos e di affetto (emozioni
trasposte dall'artista). Se
il paesaggio virgiliano è essenzialmente un'evocazione dal
mondo antico -- con l'aggiunta di particolarità soggettive
-- quello cicconiano è un paesaggio costruito, almeno
inizialmente, su atmosfere e sensazioni, che si lascia possedere solo
con lo spirito. Vedute
dolci e spigolose, tenere e incisive, calde e taglienti. Rocce plasmate
da secoli di intemperie o attraversate e rotte da enigmatiche crepe
che vanno a formare una sorta di labirinto aperto della vita, un dedalo
che possiede diverse entrate e dove il filo di Arianna potrebbe essere
simboleggiato dalla fede in Dio, nell'uomo e nell'arte. Il minotauro
potrebbe materializzarsi, invece, con quella vanità e presunzioni
umane che porta l'essere a perdersi per sempre in un labirinto fatto
di apparenze, contenitori e falsi contenuti. Per
Antonio Ciccone l'arte consiste nel comunicare un'impressione, non
certo nel persuaderci ad accettare una verità: il bello e il
vero si trovano dentro la natura e dentro la realtà, ma sotto
le forme più disparate. Sta all'artista scoprirle, al bravo
critico farle comprendere e al pubblico viverle e recepirle. Per
dirla con Gauguin: "Disponendo di linee e colori, usando come
pretesto qualche soggetto tratto dalla vita umana e dalla natura,
io ottengo sinfonie, armonie che non rappresentano nulla di reale,
ma solo far riflettere così come farebbe la musica...". I
paesaggi di Ciccone ci appaiono davanti come dei puri interstizi di
natura. La luce, diretta e intensa, crea ombre marcate aumentando
il contrasto tra la parte più illuminata dell'opera e quella
più scura. Una luce che amplifica e moltiplica certi dettagli:
talvolta lo spettatore è chiamato a osservare, come attraverso
un cannocchiale, un angolo del suo Gargano facendolo diventare universo
autonomo. Luminescenze che attraversano i suoi paesaggi come un freddo
vento del nord, che lascia tutta la visione immutata, ma crea un chiarore
e un bagliore quasi surreale. La
via per giungere a questa realtà interiore può essere
più o meno lunga -- un'ora, un giorno, un anno o tutta
la vita -- e a ogni angolo del labirinto, a ogni parete chiusa
che trova di fronte a sè, a ogni vicolo senza uscita, trova
la forza per continuare a esplorare ed esplorarsi per permettere a
questa realtà di uscire dalle finestre che illuminano il labirinto. Nel
caso di Ciccone, ciò che sembra verismo esteriore diventa un
caso di realismo interiore, di quell'espressione visiva che è
talmente forte nell'artista da far sembrare tutto oggettivamente reale,
pur facendo parte del suo planetario interiore ed emozionale. La
sua è una ferma volontà di rapire l'anima dell'esistente
ricreandola, per obbligarci a oltrepassare il dato di superficie.
E' come se l'artista volesse ricomporre l'immagine in forme diverse
da quella originaria lasciandosi trasportare dalle proprietà
interiori che hanno le rocce del suo Gargano: una fuga dalla realtà
con i mezzi della...realtà. Per
questo potremmo affermare che, nonostante il suo legame con l'arte
del passato, Ciccone potrebbe essere considerato il più moderno
dei moderni, proprio perché è riuscito a sintetizzare
nei propri segni la saggezza dell'uomo classico e l'intraprendenza,
la curiosità e la profondità dell'uomo contemporaneo. |
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